Si sente spesso parlare di alimentazione consapevole. Cosa si intende realmente con questo termine?

Mangiamo tutti i giorni, più volte al giorno. Il nostro rapporto con il cibo è indubbiamente qualcosa di inevitabile, antico e sostanziale.

Eppure, a pensarci bene, spesso affidiamo la scelta di questo gesto quotidiano alla fretta, alla distrazione, al caso. Agiamo cioè in modo inconsapevole.

Allo stesso modo manca la cura nel preparare il cibo e attribuiamo questo alla mancanza di tempo e all’abitudine, ormai consolidata, di usufruire di prodotti pronti e confezionati.

Sebbene sia facile percepire come una cena abbondante ed elaborata possa condizionarci il giorno dopo nel sentirci appesantiti, facciamo fatica a comprendere quanto un cibo che mangiamo oggi possa avere effetti sulla nostra salute fra qualche decennio. Nella scelta del cibo non siamo spinti dalla lungimiranza ma più dalla soddisfazione a breve termine.

In realtà, la scienza ci conferma in modo inequivocabile che fra il cibo e la salute c’è un legame molto stretto; ciò che mangiamo ma, mi piace sottolinearlo, anche ciò che non mangiamo, apporta un contributo fondamentale nell’orientare l’organismo verso uno stato di malattia piuttosto che di salute. Il cambiamento radicale delle nostre abitudini alimentari negli ultimi 80 anni, con la riduzione del consumo di legumi, riso e cereali integrali a favore di un aumento crescente del consumo di carne, formaggi ma soprattutto di zucchero, si è accompagnato ad un parallelo e progressivo aumento dell’incidenza di quelle che sono oggi considerate le peggiori malattie del nostro tempo, ovvero malattie cardiovascolari e oncologiche; basti pensare che all’inizio del 1900 le malattie cardiovascolari colpivano il 5% della popolazione mentre si stima che oggi in Italia il 44% delle morti sia legato a queste patologie.

Lo scenario si è poi del tutto stravolto negli ultimi decenni con l’introduzione di prodotti confezionati e bevande zuccherate, accelerando un declino globale del nostro stato di benessere e una sorta di epidemia delle malattie succitate.

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È interessante però notare che tali malattie sono definite non trasmissibili, a differenza di quelle infettive, ma “modificabili” in quanto, quale frutto di uno sovvertimento del nostro stile di vita, in particolare ma non solo alimentare, esse potrebbero beneficiare di un miglioramento del nostro modello quotidiano e delle nostre scelte in tema di cibo; sebbene una buona alimentazione non sia ovviamente l’unica variabile che determina uno stato patologico, è ormai convinzione comune e fondata che sia una condizione necessaria, anche se non sufficiente. Questo ha portato il Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro (World Cancer Research Fund o WCRF) ad affermare che il cibo è la variabile più importante nel condizionare il nostro stato di salute o malattia.

In buona sostanza, se alcuni cibi contribuiscono ad ammalarci, altri possono invece aiutarci a migliorare il nostro stato di salute tanto da essere considerati dei veri e propri farmaci.

Si tratta soprattutto dei cibi vegetali che contengono sostanze protettive le quali possono essere considerate molecole farmacologiche, a buon diritto in effetti definiti fitochimici.

Se è vero che alcuni alimenti vengono oggi “demonizzati” in quanto non salutari ritengo che, in un’ottica costruttiva, dovremmo innanzitutto volgere lo sguardo ai cibi che possono proteggerci ed aumentarne il consumo; qualunque linea guida alimentare raccomanda di fondare la nostra alimentazione su frutta, verdura, cereali integrali, legumi e solo occasionalmente su prodotti animali.

Se iniziassimo ad arricchire la nostra giornata alimentare con cibi che mangiamo solo sporadicamente, pensiamo per esempio ai preziosi legumi, probabilmente in modo inevitabile ma anche senza accorgercene ridurremmo il consumo di cibi meno salutari, che diventerebbero quindi di occasionale consumo e pertanto anche con un minore impatto negativo sulla nostra salute.

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Costruiamo la nostra salute giorno per giorno, con ogni gesto e con ogni scelta e se la scelta sarà orientata al benessere dell’organismo, a fornirlo di ciò che più gli può essere utile, lui dal canto suo ci verrà incontro e quando vorremmo fare un’eccezione (perché per esempio siamo al ristorante con amici o perché quel giorno staremo fuori casa e non abbiamo con noi nulla di vero da mangiare) sarà in grado di far fronte a questa eccezione, senza che questo comporti ripercussioni a lungo termine.

Per fare questo, per costruire la nostra salute, dovremmo riappropriarci di quel fiuto e intuito che ci caratterizza e che ci ha permesso di vivere milioni di anni nella giungla, riconoscendo le piante velenose da quelle sane e sfuggendo ai pericoli; fiuto e intuito che ci vengono a mancare nel momento in cui affidiamo a qualcun altro fuori di noi la funzione di scegliere al nostro posto.

Michael Pollan, nell’illuminante libro “Il dilemma dell’onnivoro”, ci dice come il nostro problema sia proprio questo: essere onnivori, avere troppa scelta. Se fossimo schizzinosi come il koala, che si nutre solo di eucalipto, non gusteremmo i molti piaceri di una buona cena ma probabilmente non avendo scelta ci troveremmo meno disorientati di fronte all’esuberante offerta che il supermercato ci propone e davanti alla quale spesso non scegliamo davvero, affidandoci ciecamente a ciò che ci viene proposto (in particolare negli scaffali alla nostra altezza del medesimo supermercato).

È bizzarro come spendiamo molte energie per scegliere la banca a cui affidare i nostri soldi, la wedding planner che progetterà la giornata più bella della nostra vita ma abbiamo un’automatica fiducia verso chi prepara il cibo di cui andremo a nutrire il nostro corpo, quel cibo che davvero diventerà parte di noi, delle nostre cellule, del nostro Dna, in un meraviglioso processo di assimilazione in cui l’alimento, come ci ricorda l’etimologia di questa parola, diventa in tutto e per tutto simile a noi, diventa parte di noi.

In quest’ottica scegliere il cibo giusto diventa un gesto, di cui dovremmo riappropriarci, che assume un senso più ampio del semplice andare a fare la spesa: diventa un atteggiamento di cura verso se stessi, di autentica prevenzione e, non per ultimo, di maggiore consapevolezza.

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dott.ssa FRANCESCA ANDREAZZOLI

La dottoressa Francesca Andreazzoli è Medico Specialista in Ematologia. Lavora come Dirigente Medico presso la UO Ematologia dell’Area Toscana Nord Ovest.
Si interessa da sempre di medicina integrata diplomandosi dapprima in Omeopatia Classica e poi in Floriterapia di Bach. Ha conseguito un Master Universitario di II livello  in Oncologia Integrata e uno in Nutrizione e Dietetica.
Nell’ottica di un approccio olistico alla persona ha infine un Master in Psicoanalisi Evolutiva Integrata e uno in Gestione dei Conflitti Emozionali. E’ coautrice del libro Principi di Oncologia Integrata edito da Tecniche Nuove.
Si impegna attivamente, con conferenze, articoli e convegni, nella divulgazione dei temi legati all’importanza del legame fra nutrizione e salute, sia a livello preventivo che terapeutico, in particolare nel paziente oncoematologico.
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dott.ssa Andreazzoli
Medico Specialista in Ematologia